— Agata Tempesta

GASP!

Dicevano che non avrebbe visto il panettone. Non è arrivato nemmeno a scaldar le castagne. A me Gasperini mi sta anche simpatico, e in questo Fiorello c’entra un po’… Se non fosse che evoca lo spettro iconico del buon Simoni, grande signore, educato e pacato, cui la vita calcistica e personale non hanno restituito la cortesia.

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Sono uscita prima della fine del primo tempo | «The tree of life»: una spettatrice piccola piccola

Parto dal presupposto che l’”indefinibile” è -per definizione- tale e, cioè, “non definibile”.

Che la poesia non è didascalia (e nemmeno parodia).

Che la spiegazione non è emozione.

Che il capolavoro è raro.

Parto da qui per dire che io l’ultimo film di Malick premiato a Cannes non sono riuscita a vederlo finire. Perchè sono uscita dal cinema prima della fine del primo tempo, trattenendomi anche più a lungo di quanto una certa parte piuttosto radicale della mia natura suggerisce di fare da un po’. E lo dico senza alcun orgoglio. Anzi, vergognandomene persino un po’…

Se fossi frettolosa e impudica, direi che il film mi è sembrato un collage improbabile (e a tratti persino irritante) di cose già viste, già lette, già ascoltate: «De rerum natura», «2001: Odissea nello spazio», qualche bel documentario del National Geographic e un qualsiasi film di animazione sui dinosauri. I dinosauri, sì. Perché, a un certo punto, compaiono anche quelli. E l’indugervi sopra restituisce la sensazione che sia, francamente, troppo… Poco prima che succedesse io avevo pensato, “Adesso arrivano gli ufo”!

Se fossi un intellettuale, direi che il film è stato tutto un vibrare di allusioni e citazioni, profonde e insondabili, incomprensibili ed evocative, in un affresco di filosofica rappresentazione vicina alla sublimazione di senso.

Invece non so bene che dire. Restando così, col vago senso di piccolezza che sempre mi coglie di fronte alle cose che non capisco e non mi emozionano.

Ognuno è libero di speculare a suo gusto sul significato filosofico del film, io ho tentato di rappresentare un’esperienza visiva, che aggiri la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente nell’inconscio

(Stanley Kubrick, regista, sceneggiatore e produttore, a proposito del suo film «2001: Odissea nello spazio»).

 

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BIUTIFUL | Il regista parla esperanto

Gennaio 2011. New York. Time Out. Una stella. Il “regista messicano” (cosi’ lo chiama il critico, con quella che a me pare una qualifica sgarbata) ha imbastito un melodramma manipolatorio che (gioco facile) maltratta emotivamente e fa venire voglia di spararti con un fucile. Cito, traducendo. Non capendola, il critico si offende per la storpiatura lessicale del titolo (nessuno tocchi lo spelling a un americano?). Incapace di intuirne la poesia, non vede che e’ proprio quell’imperfezione, quell’imperfetta ma tenace dedizione di paterno amor guerriero – in senso lato- la luce che illumina il buio, meravigliosamente. Guarda ma non vede, il critico. Non ci riesce. Parla, stizzito, di audacia della depressione, infastidito da quel che chiama pathos, probabilmente ignorando che cio’ che noi traduciamo come “emozione” o “sofferenza” per i Greci era una delle due forze che regolano l’animo umano, quella dionisiaca e misterica. Guarda ma non vede. Pieno di sarcasmo, banalizza, esondando risentimento e irritazione, mal mescolando tutto e accusando Iñárritu di “pseudoprofondità” ritenendolo colpevole, a suo giudizio, di aver frettolosamente e strumentalmente mischiato droga, puttane, cancro, sfruttamento del lavoro, disagio sociale e mentale, morte e spiritualita’ col solo risultato di trarne una caricatura ridicola. E di nuovo cita, a vanvera, i Greci. Non e’ una tragedia, tuona in chiusura. Ma una parodia.

Febbraio 2011. Londra. Time Out. Cinque stelle. In venti righe secche (al suo collega americano ce ne erano volute piu’ di sessanta) il critico inglese recensisce «Biutiful» come il miglior film in programmazione nella City. Scrive “Ho pianto, che altro devo dire?”. Senza vergognarsi di essersi fatto toccare da quel che ha visto, con pragmatica sintesi, sgombera subito il campo dai facili fraintendimenti: “non e’ un film per anime ascetiche”. Lo definisce un dramma devastante capace di restituire consolazione. Perche’ anche in un mondo intorpidito e travolto dall’angoscia, il sentimento umano e’ ancora possibile. Parla di una dignita’ dallo sguardo triste (quella di Bardem) e della capacita’ (quella di Iñárritu) di raccontare la citta’ di Gaudi’ come un purgatorio, in un contrasto stridente, affascinante, emozionante.

Io sto con l’Inghilterra. Senza ombra di dubbio. Io che questo film l’ho visto due volte in due giorni, facendomi molto male, sto con le cinque stelle di chi ha pianto in sala.

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Non mi piace più | Frettolosa etologia dei social network

Non mi piace piu’. Non e’ vero. Ma chi se ne frega? A volere ben vedere, chissenefrega di quello che “Mi piace”. A me. Al mio amico. All’amico del mio amico. Alla sua amica. All’amica della sua amica. E cosi’ via…

Mi piace. Non mi piace piu’. Di’ che ti piace. A 15 persone piace questo elemento.

In italiano lo chiamano cosi’: elemento. Quello che in chimica e’ una sostanza “pura”. Entità minima, indivisibile e autonoma. Ma qui sembra che da solo conti niente. Quanti amici hai? A quanti amici piaci? E quanti amici hanno i tuoi amici? E a quanti amici dei tuoi amici piaci? Quanti elementi ti piacciono? A quanti amici piacciono i tuoi elementi? Uno, nessuno,centomila.

Essere o avere? This is the question.

Gia’. Perche’ facebook non ha inventato niente di nuovo. Spesso succede cosi’. Ha solo reso evidente le nudita’ dei sudditi, come una volta quella del re. Democraticamente, eh? Ha aiutato tutti a uscire dall’equivoco collettivo. Il malinteso pregiudizio che vuole gli intellettuali in alto e quelli che guardano la televisione in basso nella scala delle intelligenze, affini ed elettive. Balle! Qui siamo tutti uguali. Come quando seduti sul water. Vittime e artefici della stessa malattia. Io, io, io, io! “Io che mi ridimensiono”, direbbe Rezza con una delle sue smorfie, nevrotiche di muscoli sottili e scricchiolanti.

La misurazione dell’ego. La sua esibizione. La sua prostituzione. In un circo virtuale, con belve e buffoni, trapezisti e clown. Una dimensione sospesa che rende lecito -perche’ manifesto- un comportamento altrimenti condannato dalla morale non digitale. In una specie di corruzione dell’intimita’ e concussione della timidezza che privilegia l’atto alla sua mancanza. Violenza? Quante storie per un po’ di esuberanza!

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L’insano marketing del signor Ryan | Gli aerei piu’ pazzi del mondo li prenoti sul Web

Si e’ inventato le low cost. La cosa, da sola, basterebbe a farlo ricordare. Michael O’Leary, secondogenito di sei fratelli irlandesi, oggi CEO di Ryanair. Dicono sia stravagante e un po’ arrogante. Ma ha creato un modello che ha reso il volo popolare mobilitando un traffico prima monopolista. Chapeau! Con i suoi aerei, tutti uguali, ha fatto volare milioni di persone in buona parte d’Europa al costo di un biglietto del treno (a volte persino della metropolitana!). Con lui volare e’ diventato piu’ “democratico”. Singola classe di passeggeri. Libera scelta sul posto a sedere. Unico modello di aereo in flotta. Maggiore capienza di posti in cabina. Piu’ stretti, ma viaggiamo tutti. Meno bagagli, bagagli per tutti. Meno personale di bordo con assistenti di volo che svolgono piu’ funzioni, eccetera… Ha comprato e rivenduto rotte. Riempito le vuote strutture ricettive di luoghi ameni ma sconosciuti o scomodi da raggiungere. Ha persino cambiato la geografia, ribattezzando le citta’. Barcellona, Girona. Milano, Bergamo. Oslo, Rygge. Una razza, una faccia. Una rivoluzione no-frills capitanata da un Che Guevara anglosassone in uniforme gialla e blu. Poi, pero’, i fronzoli sono arrivati… Il gratta e vinci con finalita’ benefiche a bordo. La vendita di sigarette “senza fumo”. La possibilita’ (subito tolta) di usare il cellulare per chiamate gratis ad altissima quota. I jingles all’atterraggio con allegre trombe inneggianti alle piu’ puntuali puntualita’ del mondo! E cosi’ via… Fino alle piu’ recenti provocazioni. Il viaggio in piedi (il 15% degli intervistati sul tema volerebbe agganciato a un sedile verticale pur di spendere meno). La toilette a pagamento: 1 Euro per ogni visita al bagno. Il secondo pilota con funzioni di hostess: gli aerei sono sempre piu’ automatizzati, mentre seguono la rotta da se’, il secondo pilota puo’ ben servire da bere, no? Cosi’ come uno stweart addestrato potrebbe, all’occorrenza, effettuare un atterraggio. Provocazioni? Pubblicita’? Si puo’ fare di meglio? Pensiamo di si’. Ecco qualche idea.

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