— Agata Tempesta

I Lego N.Y.

L’ho sempre pensata così. Come la città che avrebbe potuto costruire un bambino con quintali di Lego. Un pezzo sopra l’altro, incastrando i mattoni colorati tra di loro. Da due, quattro, sei pezzi…

I palazzi. Le strade. Le macchine. I negozi. Le divise. I suoni. Le luci. Il carro dei pompieri che sfreccia rosso cromato d’acciaio, con la sua sirena da cartone animato. Gli scuolabus, con gli spigoli arrotondati e morbidi, che sembrano appena usciti da una scatola di giocattoli. Gli alberi, con gli scoiattoli come nei cartoni della Disney. Le scale antincendio. L’asfalto che fuma dai tombini. Le bandiere. Le insegne enormi e lampeggianti. I supermercati, dove una bottiglia di succo d’arancia può pesare cinque chili e avere la forma e il colore di una tanica di benzina. I dog-sitter che camminano trascinati da 20 cani (e altrettanti guinzagli) di tutte le forme e dimensioni. Tutto, a New York, sembra disegnato come lo avrebbe fatto un bambino.

I grattacieli sono alti alti. I taxi gialli gialli. Il parco grande grande. Le strade dritte dritte.

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Giuliano Pisapia, la speranza non è una strategia

[Milano, Lunedì 5 Dicembre 2011, h. 16.00]

La situazione è molto grave, fatemi avere proposte, buona giornata e buone idee a tutti.

Sto partendo per Valencia, una città che dista meno di due ore da Milano, dove a Dicembre ci sono 25 gradi e puoi pranzare sulla spiaggia, col vento che spazza il cielo di un azzurro vivido e inteso, camminando a piedi nudi sul bagnasciuga.

Ho la tosse insistente da quasi due settimane. Mi brucia la gola. Mi lacrimano gli occhi. A tratti faccio fatica a respirare. E’ la stagione dei cosiddetti “malanni di stagione”, niente di strano, dunque.

Ma se da oltre tre settimane la qualità dell’aria della città in cui vivi è di tre volte sopra la soglia di accettabilità, forse qualcosa di strano c’è. E in certi giorni, non serve nemmeno il responso delle centraline che monitorano il livello delle polveri sottili per accorgersene. Basta annusare l’aria: puzza.

Sto partendo per Valencia e in aereo leggo il Corriere della Sera, nella sezione dedicata a Milano. Leggo che il sindaco Giuliano Pisapia (lo stesso che, per ironia della sorte, aveva promesso di cambiare il vento) ha salutato i suoi assessori di prima mattina con con l’SMS sopra riportato.

Lo leggo e non posso fare a meno di sentirmi profondamente infastidita dall’apparente volontà di condivisione che si cela dietro questa richiesta di partecipazione.

Vivo a Milano da un numero di anni ormai sufficienti per essermi fatta un’idea di come “gira il fumo”. Tutti gli anni, a cominciare da un certo periodo (che casualmente coincide con l’accensione dei sistemi di riscaldamento, per larga parte a gasolio, per larga parte non autonomi – accensione che scatta inesorabile il 15 di ottobre, anche se fuori ci sono ancora 20 gradi) il livello d’inquinamento dell’aria supera le soglie di tollerabilità. Negli ultimi anni, complice un progressivo cambiamento del clima ormai evidente a tutti, le piogge sono distribuite in modo diverso nell’arco dell’anno. Tanti giorni senza una goccia d’acqua seguiti da improvvisi e imperituri scrosci (che portano ad altrettanti subitanei allagamenti). E tutti gli anni si arriva, puntuali come una vigilia e impreparati come scendendo dalla montagna con la piena, a dover fronteggiare «l’emergenza» con improvvisazioni sintomatiche e maldestre: targhe alterne, chiusura temporanea del centro, blocco dei Diesel Euro 3 (Dio solo sa cosa sono), Ecopass, blocco del traffico la domenica (proprio quando uno che ha respirato male tutta la settimana potrebbe voler andare a prendere una boccata d’aria altrove…). Misure improvvisate, che scontentato tutti, per quanto l’illusione di andare a piedi possa essere di un’estetica e un’etica lodevoli e gratificanti.

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ξενοφοβία | La civiltà muore se le persone provano sdegno di fronte alla gioia

E’ cambiato così poco in questi anni. Se possibile, sono aumentate rabbia ed esasperazione. Mentre qualcuno aspetta che il vento cambi, faceno in modo che quell’«accoglienza» promessa non resti tale.

Come tutte le mattine, stamattina ho preso la metropolitana che da casa mia mi porta in ufficio. Come tutte le mattine c’era molta gente ad aspettare l’arrivo del treno sulla banchina. Come spesso succede, il treno è arrivato dopo molti minuti di attesa. Era abbastanza pieno ma la gente era tutta stipata ai lati, davanti alle porte. Sono entrata e ho cercato di farmi posto. C’era spazio al centro, ma nessuno ci andava. Nessuno ci andava perché, al centro del treno, seduti sulle due file di posti della carrozza, c’erano dei ragazzini “sporchi, brutti e cattivi”. Erano otto. Per lo più bambini. Di sette, otto anni. Qualcuno più grande. Zingari. Si sentiva un cattivo odore nella carrozza. Un odore piuttosto forte. Forse era anche per questo che la gente storceva il naso. Loro, i ragazzi, se ne stavano seduti, allegri e irriverenti. Parlavano, nella loro lingua. Ridevano. Si prendevano in giro. Sembravano allegri. A differenza di chi stava loro intorno, impaurito.

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Così è la vita

L’altra  sera ho sentito Concita De Gregorio, ospite da Fabio Fazio a «Che tempo che fa», presentare il suo nuovo libro sulla morte pubblicato da Einaiudi e intitolato, non credo per sbaglio, «Così è la vita».

Concita ha un modo di parlare morbido e autoritario insieme. Ha una voce che è bella da ascoltare, con una musicalità pacata e corposa di suono, accompagnata da una pacifica fermezza d’opinione che non ha bisogno di diventare aggressività, come spesso nello stereotipo femminile. Una di quelle voci da cui ti faresti dare volentieri la buonanotte o raccontare una storia.

Parlando del suo libro, ha fatto spesso riferimento ai bambini e a quel loro modo di vedere e interpretare il mondo per quello che è. Un’attitudine che, in qualche misura, gli adulti hanno perso o non ricordano più e con cui, forse, dovrebbero invece riconciliarsi. Ha parlato della morte come del più inaffrontabile dei tabù, insieme alla fragilità e al fallimento. Ha citato diversi episodi autobiografici e non e poi ha detto una cosa che mi ha colpita per familiarità.

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I’m hungry and foolish

Credo che la morte (e la sua celebrazione) continuino a meritare rispetto. Anche in un’egonomia sorretta dal disvalore come quella odierna. Perchè vedere il male in ogni ombra ha come unico effetto quello di propagarlo anziché combatterlo. E perchè continuando a non credere più a niente, questo si finisce per diventare: «niente».

Credo che la fine della vita meriti rispetto. Sia essa di un imprenditore morto di cancro o di un operaio morto suicida. Ognuno la celebri o la ignori secondo la sua spiritualità. Senza farne uno strumento (l’ennesimo), cinico o lamentoso che sia, di propaganda ideologica. E’ triste. Una sconfitta per tutti.

Credo che l’ideologia renda incapaci di vedere (e sentire) che dietro una funzione c’è un uomo. Con pregi e difetti. Bellezza e abbruttimenti. E che quando si piange la fine di un uomo mangiato dal cancro si celebra la vita e il nostro naturale attaccamento a essa. Per la stessa identica ragione per cui una macaco è capace di trascinare per mesi, tenendolo per mano, il cadavere di un cucciolo ormai privo di vita.

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