— Agata Tempesta

Ho appena finito di parlare con Luca, che è una cosa che mi fa sempre bene. E questo pezzo è anche per lui, che mi ha presa per matta mentre glielo raccontavo…

Oggi pomeriggio avevo un appuntamento di lavoro fuori ufficio. Quando ho finito, verso le sei, ero un po’ stanca e avevo voglia di fare due passi così, come direbbe Forrest Gump, mi sono messa a camminare. A un certo punto, camminando, ho visto un gallo. Un gallo sul marciapiede. Con le due zampe ben piantate sull’asfalto, la cresta dritta e il becco puntato in direzione delle porte scorrevoli di un supermercato. Come se volesse entrare, aspettando che qualcuno, uscendo e attivando la fotocellula di apertura, glielo permettesse. Una scena bellissima, surreale. Non potevo non immortalarla (anche per sincerarmi di non essere preda di allucinazioni). Ho preso l’iPhone dalla tasca dei jeans, ho inquadrato il gallo e ho scattato. Mentre fotografavo il gallo, mi si è avvicinato un cane bianco molto bello (quello che si vede nella foto, di fianco al gallo). Il cane era legato a un guinzaglio tenuto da un barbone con una bottiglia di birra semi-vuota nell’altra mano. Il cane mi si è avvicinato e leggermente appoggiato alle gambe. Allora, siccome mi piacciono i cani e, di solito, ci parlo, l’ho guardato e gli ho detto “Ciao te!”. Lo faccio sempre. Sentendomi, il suo padrone si è girato verso di me e mi ha fatto un enorme sorriso, quasi totalmente privo di denti. “E’ tuo?” gli ho chiesto, indicandogli il gallo. “Mio? No, no, che qui la sera succedono cose strane con quelli con la cresta”, mi ha risposto, divertito della sua battuta. Io ho sorriso, facendo un’altra foto al gallo e al cane insieme, mentre distrattamente gli rispondevo al come mi chiamavo. “Che bel nome”, mi dice. “E’ di origine egizia, lo sai? Era il nome della cugina di Anubi”. “Ah, sì…”, gli dico io. “E tu, come ti chiami tu?”. “Io sono un clochard, un clochard di qualità!”, mi dice, sorridendo di nuovo e accennando un inchino accompagnato da un leggero volteggio della birra che teneva in mano, come se volesse far roteare una bombetta immaginaria togliendosela dalla testa in segno di riverenza…  Io ho sorriso e guardando il cane gli ho chiesto come si chiamava, lui o lei. “Lui”, mi dice. “Lui!”. E, invece di rispondermi, si è avvicinato di più, per cercarmi gli occhi, e mi ha chiesto: “Ma… come mai una persona perbene come te, così carina, si ferma a parlare con uno come me?”. “Perché, cos’hai tu che non va?”, gli ho risposto io. E lui, con un’espressione sorpresa e leggermente riflessiva. “Niente, niente. Io non ho niente che non va. E’ che di solito le persone normali non si fermano a parlare con quelli come me”… Mentre io ascoltavo, un po’ basita e già “innamorata”,  il cane si è allontanato dalle mie gambe per avvicinarsi alle borse finto Chanel disposte in terra, sopra una bancarella improvvisata da un marocchino di fronte alla porta del supermercato. Il cane deve aver intuito che si trattava di imitazioni grossolane perché, del tutto incurante di quel che succedeva intorno, e senza nemmeno annusarle, ha alzato la gamba e ci ha fatto pipì sopra. Shit happens. A questo punto, il marocchino si è un po’ risentito e si è avvicinato a noi, mentre a me scappava detto “oh, oh”… “Ehi, guarda cosa ha fatto il tuo cane!”, gli ha detto. “Cosa facciamo adesso?” Il clochard l’ha guardato serafico, ha allargato le braccia (come a dirgli che ci posso fare io?) e gli ha detto “Quanto ti devo?”. Un grande. Al che l’altro gli ha risposto bonario di lasciar stare e di spostarsi da lì. “Spostarmi da qui? Perché non ti sposti tu da lì?”…

Già, ho pensato salutandolo, chi lo decide di chi è la strada… Come chi è “normale” e chi no?