— Agata Tempesta

Mi fa male un ego | Considera il fatto che i bottoni (anche quando rotondi) possono non essere oggetti simpatici

Tempo fa lo specchio mi faceva un po’ paura. Se mi fermavo a fissare la mia faccia troppo a lungo, il tempo di un minuto o poco piu’, succedeva una cosa strana. Quella figura, identica a me, solo restituitami ribaltata di fronte, mi sembrava qualcuno di diverso. Un’altra persona. In un’ipnosi istantanea lo sguardo si annebbiava, concentrandosi sfuocato. Gli occhi diventavano uno solo, come quando si guarda attraverso un cannocchiale. E l’immagine riflessa prendeva una forma inconsueta, immaginata, di una me diversa. Aliena. Altra. Un’altra io. Alter ego. La presunta schizofrenia immaginaria mi faceva distogliere subito lo sguardo. Pensavo che, se avessi continuato a guardare, da quella forma sarebbe uscita un’altra persona che, magari, si sarebbe messa a guardarmi a sua volta, trovando da ridire, al contrario, sulla verosimiglianza. In effetti gia’ lo stava facendo. Immaginato nell’immagine, il confronto con un “altro io” mi disorientava.

Lo stesso mi succedeva coi gemelli monozigoti adulti. Per i quali avevo (e ho) un sentimento di vaga inquietudine attrattiva. Sono uguali. Sembrano uguali. Identici. Pero’ sono diversi. Altri. Come le cose che popolano il nostro immaginario. Verosimili anche se inventate. Credibili anche se irreali. Si spacciamo per realtà riempiendo i nostri vuoti e mandando in tilt il nostro ego ipertrofico: così grande e così fragile. Come davanti a uno specchio che, in un doppio sogno di pensieri ingannevoli, gli proietta quel che dovrebbe essere, si spaventa. Si schianta. Prima attratto e poi paralizzato da cose immaginate che diventano paure, proiezioni di quel che potrebbe essere ma non è e magari non sarà mai. Distratto dal suo immaginare, l’ego si tormenta e ci tormenta. Allontanandoci dall’anima, ci porta controcorrente come salmoni nevrotici e miopi, buoni solo per essere venduti a fette nei supermercati. Disorientati e impazziti non trovano, né troveranno mai, la felicità. A meno che non riescano a guarire i loro eyes wide shut. Come fa Coraline che i bottoni nemmeno se li fa mettere.

Coraline. Un nome che nasce da un errore di battitura sulla tastiera di un PC. Co-ra per Ca-ro e un’incolpevole dislessia distratta battezza quella che, nelle intenzioni originarie dell’autore, avrebbe dovuto essere Caroline, consegnandola, inconsapevole, al suo destino di ostinata rivendicazione egoica. CORAline! CORAline! Coraline… Dinoccolata, sbilenca, coraggiosa, curiosa. Ha i capelli blu e le gambe secche e dritte di certe bambine che se ne stanno al mondo incuranti dell’empatia magnetica che il loro ciondolare produce nelle creature sensibili. Coraline sogna. Oppure e’ realta’? Coraline cerca. L’acqua come l’amore. Coraline trova. Un’altra madre. Un’altra realta’. Magica. Immaginata. Dove amore, desiderio, immaginazione ed ego giocano a poker con quella resilienza che è la capacità di mantenere il nostro sguardo. Che è tutto quel che siamo.

Nel mondo magico di Coraline, quello che sta dietro una porta chiusa, l’amore diventa ossessione. Il desiderio, bisogno. L’immaginazione, ostinata affermazione di un ego proiettivo, in bulimica proliferazione partenogenetica di se stesso (uguale ma diverso) Egoista. Egocentrico. Crede di esistere solo se in una proiezione verificabile: siamo le persone che ci amano. Se nessuno ci ama, non siamo nessuno. Siamo le cose che abbiamo. Se non abbiamo niente, non siamo niente. Siamo le attenzioni che ci prestano. Se nessuno bada a noi, non siamo nessuno. Siamo le persone o le cose che controlliamo. Se se non intrappoliamo niente o nessuno, non siamo niente o nessuno. Siamo le cose che immaginiamo di dover essere. Se l’obbligo vince sulla possibilità, la proiezione fallisce, imprigionandoci, perdenti, in un ingannevole confronto.

Sorridendo alla definizione, recentemente ho letto in un libro che la realtà è il nostro corpo e il mondo fisico che ci circonda. Il resto, quando non è arte, creatività o filosofia, è solo spazzatura emotiva. Una dispendiosa (quanto inutile) speculazione del pensiero.

Ho sempre pensato che la capacita’ di immaginare fosse una qualita’. Una specie di salvifico talento. E ho sempre pensato che il pensiero fosse uno strumento potentissimo e affascinante: sinonimo d’intelligenza e profondità. E ho sempre pensato che la verità fosse un valore assoluto. Da cercare e rispettare come in una specie di dogmatica religione del sentimento. Balle! L’immaginario e’ una trappola oltre che un’opportunita’. Può renderci liberi come paralizzarci in una ragnatela che noi stessi tessiamo. Così il pensiero, che e’ l’azione immaginata, e dell’immaginazione il metronomo. Può battere come levare. Mentre la verità, la verità è un sasso in una scarpa. Molto meglio camminare scalzi. È infinitamente più semplice, bello e gradevole.

Per godere dell’evasione positiva dell’immaginazione, se ne dovrebbe riuscire a mantenere una candida, senza esperienza, senza memoria, deconcentrata, priva della capacità ossessiva degli adulti nevrotici. Un’immaginazione infantile. Come quella dei bambini.

Mio nipote ha cinque anni, un amico immaginario, un pipistrello viaggiatore e un drago blu di nome Terence. Per lui tutto e’ ugualmente possibile. Non ha pregiudizi. Ne’ esperienza. Né capacità di contraddittorio polemico. Come un piccolo uomo ha paura di cose immaginate. Ma, come un piccolo Budda sa che non esistono. Senza bottoni rotondi cuciti sugli occhi, fa un passo dopo l’altro. Perché la strada, si sa, si fa camminando…