— Agata Tempesta

Le 9 cose che ho imparato dall’incidente della Concordia

1. Le regole si possono infrangere (indisturbati) fino a che non succede qualcosa di (veramente) grave.
Nessuno ha niente da ridire se una nave da crociera costeggia la riva, fino a che non ci affonda sopra. Perchè sopra l’omaggio all’isola di Procida (un saluto vicino alla costa accolto da applausi, striscioni e vuvuzelas) il comandante è un ufficiale ringraziato e ossequiato dalla sua compagnia di bandiera. Sotto lo scoglio speronato dell’isola del Giglio (un saluto vicino alla costa accompagnato da morti e dispersi) il comandante è un uomo mediocre ripudiato e ammonito dalla sua compagnia di bandiera.

2. La stupidità è più forte della tecnologia.

Gli uomini hanno imparato a costruire navi computerizzate, dal tetto alla scocca, con sensori iper-sensibili capaci d’identificare il sesso dei mitili attaccati alle scogliere del fondo. Ma non hanno ancora imparato a guarire la miopia (e saltuaria cecità) della propria intelligenza.

3. Il mostro non sono mai io. Soprattutto quando il demone mi somiglia.
Forte coi deboli. Debole coi forti. Autoritario e tronfio nella normalità e nell’ossequio. Annichilito e disorientato nell’emergenza e nella paura.

4. Non c’è leader senza leadership.
Ci sono capitani e Capitani. Alcuni ufficiali scivolano. Altri fanno il loro dovere (e non vogliono, giustamente, essere chiamati «eroi»).

5. Dire che “Va tutto bene” in una situazione di comprovato pericolo rassicura gli stolti e fa incazzare tutti gli altri.
C’è una differenza tra generare il panico ed esercitare autorevolezza in una situazione di allarme. Se sei al comando di una nave che ha uno squarcio di 70 metri in un fianco e parli di “piccolo inconveniente al sistema elettrico” non stai mantenendo la calma, ti stai solo rendendo ridicolo.

6. Nel mio Paese si viaggia a due velocità.
Ci vuole un’ora e mezza per dare l’allarme su una nave che sta affondando a poche miglia dalla riva. Bastano poche ore per confezionare una T-Shirt brandizzata (sul bordo del caz…) e metterla in vendita on-line.

7. Il professionismo è raro.
I giornalisti stranieri seguono in diretta l’evolversi di una tragedia italiana, mentre quelli italiani dormono (salvo poi prendersela -in campanilistica quanto inutile difesa della categoria- con blogger e twitteriani, accusati di pessapochismo e frettolosità, e organizzare speciali post al plastico come avvoltoi a picco sulla tragedia della mediocrità). Cuochi e camerieri (indiani e filippini) s’improvvisano marinai a dirigere le scialuppe di salvataggio, mentre capitani e ufficiali (italiani) messisi al riparo “coordinano i soccorsi dagli scogli”.

8. Gli ultimi sono i primi (in alcune circostanze).
Finchè esistono ragazzi che cedono il posto ai bambini sulle scialuppe di salvataggio. Medici che scendono da una nave che affonda solo dopo che sono scesi tutti gli altri. Subacquei all’ostinata ricerca di superstiti.

9. Esiste una parola chiamata «biscaggina».
E’ una scaletta fatta da due cavi paralleli tra cui sono inseriti gradini di corda, legno o metallo.