— Agata Tempesta

La paura è una bugiarda

La scorsa settimana ho fatto una cosa che non avevo mai fatto prima in vita mia e che mi ha lasciato addosso un carico di adrenalina per diversi giorni. La mia prima arrampicata.

Nei pantaloncini e nelle scarpe prestatemi dal mio maestro (un amico), ho arrampicato a mani nude sulla roccia, con una corda legata in vita. Non era previsto. Dovevo solo andare al mare… Non sono arrivata fino in cima, dove era attaccato l’ultimo rinvio che, come gli altri, il maestro aveva messo, arrampicandosi in free-climbing prima di me, per farmi fare il percorso in sicurezza. Mi sono fermata a quello immediatamente sotto (“Come se avessi scalato un palazzo di 5 piani d’altezza“, mi ha detto), sbucciandomi le ginocchia, sudando, tremando, rendendomi (credo) parecchio ridicola e gridando più volte “Voglio scendere!” e “Ho paura!” mentre salivo…

Era vero. Avevo paura, tantissima paura.

Noi non lo sappiamo ma il movimento di arrampicarsi è davvero naturale, se siamo calmi. Se siamo calmi, gli arti si muovono come se fossimo lunghi ragni appoggiati in verticale a una parete. I piedi si fissano come puntelli, le gambe e le ginocchia si alzano portandoci su il bacino, le mani si appoggiano segnando il passo, le braccia accompagnano e sostengono lo sforzo. Se siamo calmi. Ma adesi sulla parete, come empirici principianti maldestri e immobili che abbracciano la roccia come un bimbo la mamma durante un temporale, non siamo calmi. Soprattutto se è la prima volta che lo facciamo, senza essere mai passati da una palestra prima. Le gambe tremano, le mani sudano, la testa perde l’orientamento confondendo le direzioni, gli occhi non vedono gli appigli, le braccia tendono a tirare, i piedi ad appoggiare la pianta anziché fissare la punta, il corpo penzola, dondola e sbatte. Per chi è stato nove mesi nell’acqua prima di uscire all’aria e ne ha trascorsi almeno dodici prima di imparare ad alzarsi in piedi e camminare, salire in verticale su una roccia può legittimamente sembrare una cosa strana. Immobilizzante e paurosa. Soprattutto se, dopo essere salita di un rinvio, ti giri per guardare in giù e realizzi la tua posizione che è quella di un corpo (ingombrante) in bilico sulla superficie (sottile) di una lastra sospesa nel vuoto.

L’esercizio più difficile non è fisico ma mentale. La paura nasce nella testa, prima che altrove. Devi (ri)trovare la calma. Al tuo “Ho paura!” devi sentirti rispondere (dalla voce ferma e rassicurante che viene da terra, dove c’è l’altro corpo che, con il suo, tiene in alto il tuo) “E’ normale!“. “Devi sentirla, la paura!“. “Fermati un momento, siediti, prendi fiato“. “Stacca le mani“, “Stacca le mani, che stai su lo stesso“. E quando tu lo fai, di staccare le mani, ti accorgi che è vero, che stai su lo stesso, anche senza far niente, perché il tuo corpo è assicurato a quello di un altro, a terra. Un corpo di cui tu ti fidi. E allora prendi fiato, guardi in alto, dov’è messo il prossimo rinvio, guardi di lato, dove puoi mettere le mani, provi in un punto, ti fanno male le dita, provi in un altro, dove l’insenatura non è profonda ma i polpastrelli ci entrano ed è meglio di niente, assicuri le mani, poi sposti i piedi, prima uno, poi l’altro, quanto il tremore delle gambe ti consente di fare. “E’ un po’ come ballare“, ti dice la voce (quella che ti guida da terra, paziente). “Per spostarti di lato, devi togliere un piede dal punto di appoggio, spostare l’altro, e mettere il primo dove c’era il secondo“. “Vai a sinistra, l’altra sinistra!“. Non importa che tu, da lì, non distingua la destra dalla sinistra e che nel tentativo di spostare un piede nell’altro le tue ginocchia battano più volte contro la roccia e le tue braccia cedano. In qualche modo, arrancando, sudando tremando, tu sali. Un passo alla volta. Ed è un’emozione fortissima, unica, che esplode intrattenibile quando torni a terra (scendere è più facile o, almeno così è sembrato per me) e ti senti contemporaneamente ubriaca e onnipotente. Meravigliata e felice. Credo come quando da piccoli, un giorno, improvvisamente ci si alza in piedi traballanti e si scopre di essere diventati capaci di camminare!

C’è qualcosa di magico in due corpi legati da una corda che arrampicano insieme. Non ci avevo mai pensato. La prima è la fiducia (probabilmente io non sarei mai salita così la prima volta se con me, a propormelo, non ci fosse stato un amico, una persona che conosco e di cui mi fido). La seconda è la distanza, che deve essere giusta. Mentre uno sale, l’altro ha in una mano un “freno” (un aggeggio di ferro, che si apre con un movimento della mano e che fa passare la corda su una rotella, in modo che possa scorrere) e nell’altra la corda, che tira da un lato o dall’altro, a seconda che serva darla o riprenderla. La giusta distanza, appunto. La terza è l’emozione della paura, quella “buona”, che ti fa sentire il sangue nelle vene e che, quando superata, coincide con la libertà.

E’ tutta una questione di equilibri, a pensarci.

Io ho studiato biologia e chi studia la scienza del comportamento impara che la paura ha un suo senso preciso in natura. Adattivo, evolutivo. Gli animali la provano perché, nella maggior parte dei casi, serve loro a salvargli la vita (o a permettergliela). Ma gli animali (che agiscono per istinto ed esperienza empirica) hanno paura di cose che meritano paura. L’uomo invece ha imparato ad averne anche di cose che non la meritano. Ed è questo, spesso, a renderlo infelice.

Quando la paura non è istintiva e immediata ma è frutto di un ragionamento è (quasi) sempre una bugia.

Nella mia vita mi è capitato spesso di provare paura per qualcosa di reale, un pericolo vero. E altrettanto spesso di provarla per “niente”, per qualcosa che era solo nella mia testa o solo nella mia immaginazione. Ha i suoi motivi, la paura. Ma tutte le volte che ho provato paura per qualcosa che la meritasse davvero, ho sempre trovato anche il coraggio di affrontarla. Passandoci attraverso, un passo dopo l’altro. Mentre tutte le volte che ho provato paura a vanvera (per qualcosa di effimero, proiettivo, immaginato) mi sono persa, restando intrappolata in una dimensione sospesa, di dubbio e inerzia.

La paura può paralizzarti oppure farti muovere.
Spesso mente.
Sta a te capire quando ascoltarla e quando mandarla al diavolo.