— Agata Tempesta

I’m hungry and foolish

Credo che la morte (e la sua celebrazione) continuino a meritare rispetto. Anche in un’egonomia sorretta dal disvalore come quella odierna. Perchè vedere il male in ogni ombra ha come unico effetto quello di propagarlo anziché combatterlo. E perchè continuando a non credere più a niente, questo si finisce per diventare: «niente».

Credo che la fine della vita meriti rispetto. Sia essa di un imprenditore morto di cancro o di un operaio morto suicida. Ognuno la celebri o la ignori secondo la sua spiritualità. Senza farne uno strumento (l’ennesimo), cinico o lamentoso che sia, di propaganda ideologica. E’ triste. Una sconfitta per tutti.

Credo che l’ideologia renda incapaci di vedere (e sentire) che dietro una funzione c’è un uomo. Con pregi e difetti. Bellezza e abbruttimenti. E che quando si piange la fine di un uomo mangiato dal cancro si celebra la vita e il nostro naturale attaccamento a essa. Per la stessa identica ragione per cui una macaco è capace di trascinare per mesi, tenendolo per mano, il cadavere di un cucciolo ormai privo di vita.

Credo che nella laica commozione attorno alla morte, si celebri il sogno davanti alla sua sconfitta e che, nella rappresentazione, non si giudica né assolve né condanna nessuno.

Credo che un uomo ricco non meriti di morire più di un uomo povero e che commuoversi per un segno non significhi elogiare una tesi a sfavore di un’antitesi.

Credo che i giornali italiani dimostrino tutta la triste pochezza di questo mio povero Paese quando, di fronte a un avvenimento comunque epocale, nei loro titoli enfatizzano la “sconfitta” dell’uomo contro la malattia mortale per definizione: il cancro (che, di solito, quando aggredisce quell’organo, uccide in poche settimane o mesi).

Credo che il cinismo e il sarcasmo esercitati in certi contesti siano buone occasioni di silenzio sprecate, di chi non riesce a vedere o non coglie il significato oltre al significante.

Può non cambiarti la giornata che un uomo muoia. Ma se per esercitare il tuo ego in questa fogna sociale di code pavoneggianti lustrate a festa stai “digitando” su “qualcosa” sappi che, in grandissima parte, lo devi anche a lui.