— Agata Tempesta

Così è la vita

L’altra  sera ho sentito Concita De Gregorio, ospite da Fabio Fazio a «Che tempo che fa», presentare il suo nuovo libro sulla morte pubblicato da Einaiudi e intitolato, non credo per sbaglio, «Così è la vita».

Concita ha un modo di parlare morbido e autoritario insieme. Ha una voce che è bella da ascoltare, con una musicalità pacata e corposa di suono, accompagnata da una pacifica fermezza d’opinione che non ha bisogno di diventare aggressività, come spesso nello stereotipo femminile. Una di quelle voci da cui ti faresti dare volentieri la buonanotte o raccontare una storia.

Parlando del suo libro, ha fatto spesso riferimento ai bambini e a quel loro modo di vedere e interpretare il mondo per quello che è. Un’attitudine che, in qualche misura, gli adulti hanno perso o non ricordano più e con cui, forse, dovrebbero invece riconciliarsi. Ha parlato della morte come del più inaffrontabile dei tabù, insieme alla fragilità e al fallimento. Ha citato diversi episodi autobiografici e non e poi ha detto una cosa che mi ha colpita per familiarità. Raccontando della morte di suo padre, ha citato un episodio che riguardava il figlio (uno dei quattro che ho scoperto che ha!). Mentre era affacciato sulla bara del nonno al suo funerale, davanti al suo cadavere esposto, suo figlio di cinque anni aveva risposto a un amichetto che gli aveva appena chiesto “Ma quello è tuo nonno?” così: “Ma no! Mio nonno non c’è più, non è più qui, quello non è mica «mio nonno»”.

In una forma di poesia che nessuno scambi per cinismo, il bambino aveva dato un nome a quello che gli adulti non riescono a nominare e, quindi, spiegare.

È successo anche a me. Quando è morto mio padre, un anno e mezzo fa. Allora Matteo, mio nipote, il figlio di mia sorella, aveva la stessa età del figlio di Concita: cinque anni. Sapeva che il nonno era malato da un po’ e quando a mia sorella toccò dirgli, non riuscendo a trattenere le lacrime, che il nonno non c’era più perchè “era salito in cielo” (così scelse di raccontarglielo) lui non ha pianto. L’ha guardata con grande e compassionevole serietà e le ha detto, incoraggiandola: “Mamma, non devi piangere. Anche io, vedi, sono molto triste e vorrei piangere. Ma non lo faccio per non fare arrabbiare gli angeli”.

Giuro che è successo. E la mia è una famiglia decisamente laica, per nulla incline alla spiritualità spicciola. Come può un bambino di cinque anni, che non sa nulla della malattia, della morte e dei riti con cui gli uomini celebrano questi loro tabù, dimostrare tanta saggezza, tanta poesia, tanta capacità di comprensione e umana consolazione? Può farlo perchè ha un senso “giusto” della vita che noi abbiamo perso e siamo in grado di ritrovare soltanto a tratti. Poesia pura. Che diventa una meravigliosa forma di naturale candore a dissacrare la nostra retorica adulta. Subito dopo aver citato gli angeli, Matteo si è infatti voluto sincerare di alcuni dettagli tecnici. Voleva essere sicuro che il nonno (che ha scelto di farsi cremare) potesse comunque raggiungere comodamente il cielo dal mare, asciugandosi per bene le ali appena spuntate, proprio come fanno gli uccelli quando se le lisciano col becco e che, dotato di cannocchiale (con lenti super-soniche, immagino) potesse continuare a vederlo anche da lassù…

I bambini fanno domande. A volte imbarazzanti, stravaganti, definitive. Vogliono sapere perché nasciamo, dove andiamo dopo la morte, perché esiste il dolore, cos’è la felicità. E gli adulti sono costretti a trovare delle risposte. È un esercizio tra la filosofia e il candore, che ci obbliga a rivedere ogni volta il nostro rassicurante sistema di valori. Perché non possiamo deluderli. Né ingannarli. Siamo stati come loro non troppo tempo fa.

Così è la vita.

Quando non si ha paura di dare un nome alle cose.

Grazie, Concita.