— Agata Tempesta

ξενοφοβία | La civiltà muore se le persone provano sdegno di fronte alla gioia

E’ cambiato così poco in questi anni. Se possibile, sono aumentate rabbia ed esasperazione. Mentre qualcuno aspetta che il vento cambi, faceno in modo che quell’«accoglienza» promessa non resti tale.

Come tutte le mattine, stamattina ho preso la metropolitana che da casa mia mi porta in ufficio. Come tutte le mattine c’era molta gente ad aspettare l’arrivo del treno sulla banchina. Come spesso succede, il treno è arrivato dopo molti minuti di attesa. Era abbastanza pieno ma la gente era tutta stipata ai lati, davanti alle porte. Sono entrata e ho cercato di farmi posto. C’era spazio al centro, ma nessuno ci andava. Nessuno ci andava perché, al centro del treno, seduti sulle due file di posti della carrozza, c’erano dei ragazzini “sporchi, brutti e cattivi”. Erano otto. Per lo più bambini. Di sette, otto anni. Qualcuno più grande. Zingari. Si sentiva un cattivo odore nella carrozza. Un odore piuttosto forte. Forse era anche per questo che la gente storceva il naso. Loro, i ragazzi, se ne stavano seduti, allegri e irriverenti. Parlavano, nella loro lingua. Ridevano. Si prendevano in giro. Sembravano allegri. A differenza di chi stava loro intorno, impaurito.

Alla fermata dopo la mia è salita una coppia di “mariachi metropolitani”. Almeno io li chiamo così, perché mi piace. Un uomo e una donna. Sulla cinquantina, direi. Lui con la sua fisarmonica, lei con la sua voce e il suo sorriso. Gentile e ossequioso. Come di qualcuno che conosce modi garbati e nasconde, dietro un gesto gentile, la durezza del disprezzo che ne ricava in cambio. La coppia si è messa a suonare una musica che era una specie di esperanto. Note spagnole, francesi, italiane… Nessuno prestava loro attenzione, se non con fastidio. Lo so. Per chi, come me, prende la metropolitana tutti i giorni, questa può diventare una scocciatura. Perché qui la gente è sempre di fretta. Sempre ringhiosa. Sempre infastidita. E salire su un treno, spesso in ritardo, spesso affollato, e trovarci qualcuno che suona (e che poi ti chiede una monetina quando ha finito) può essere una cosa fastidiosa. Il treno è fatto per spostarsi. Meglio farlo in fretta. Magari in compagnia di persone silenziose e diffidenti. Senza distrazioni. Senza qualcuno che ci ricorda la differenza che passa tra il nostro mondo e il suo. Perché questo ci mette il dito nella piaga. E, se non fa male, certamente dà fastidio.

A un certo punto, mentre la musica suonava nel vagone, uno dei ragazzini zingari (aveva una felpa di pile arancione, dei jeans forse di marca e delle scarpe da tennis argentate) si è alzato e ha iniziato a ballare.

Tanto spazio ce n’era. Che nessuno si avvicinava loro abbastanza. Allora gli altri l’hanno seguito. Battevano le mani a tempo. Canticchiavano. Muovevano le anche e pestavano i piedi. Che è poi quello che viene da fare quando si ascolta una musica che ci piace. Mi sono ritrovata a sorridere. Non so se per la gioia espressa da quei ragazzi o per il contrasto tra la loro immediatezza e la diffidenza che li circondava. Mi sono guardata intorno ed ero l’unica che sorrideva. I più guardavano altrove. Gli altri avevano la bocca strozzata in una smorfia di disgusto. Come davanti a qualcosa di raccapricciante. Allora ho pensato che abbiamo perso. Come tutte le volte che vince la paura. Ho pensato che la civiltà muore se le persone provano sdegno di fronte alla gioia.

E mentre ci pensavo è salito un signore, con un lungo cappotto blu. Stempiato. Un paio di occhiali da vista sopra uno sguardo immemorabile. Una ventiquattrore marrone chiaro. Ha guardato i ragazzini spintonarsi, ridere e ballare e ha iniziato a ripetere (prima a voce bassa, poi più chiaramente): «Pezzi di merda! Bastardi! Tornatevene nel vostro paese di merda!»…

Non stavano facendo niente di male. Non stavano dando fastidio a nessuno. Stavano solo giocando. In modo sciocco e infantile, come si fa a quell’età. Anche se puzzavano di strada e i loro vestiti firmati erano probabilmente stati rubati, quello che stavano facendo non era molto diverso da quello che fanno i ragazzini milanesi della stessa età quando salgono sulla metro. Con i jeans larghi che gli cadono da sotto le mutande, le cuffie della musica ficcate nelle orecchie e la sciarpa della loro squadra di calcio che gli penzola da dietro lo zaino. «Pezzi di merda! Bastardi! Tornatevene nel vostro paese di merda!»…

Lanza. Dopo c’era la mi fermata. Mi sentivo arrabbiata, offesa. E, allora, ho fatto una cosa sciocca. Per raggiungere la porta, ho dato un leggero spintone all’uomo che stava borbottando davanti a me. Lui si è girato, mi ha guardato e, con maggiore convinzione, ha ripetuto quello che già aveva detto a sufficienza per essere giudicato uno stronzo. Avrei voluto urlargli addosso qualcosa. Invece gli ho solo detto, con gentilezza, “E’ facile prendersela con dei bambini, vero?”. Lui si è interrotto per un momento, sorpreso del mio dissenso. Ma è durato poco. Cadorna. La porta si è aperta e io sono scesa. Mentre scendevo l’ho sentito ricominciare: «Pezzi di merda! Bastardi…» (Milano, 10 Febbraio 2006).